"Mare: Tecnicismi Autunnali" (di Marco de Biase)

 

In autunno inoltrato quindi tra novembre e dicembre, complici anche le prime mareggiate di stagione, le acque tendono a farsi sempre più limpide e terse allontanando la minutaglia che purtroppo, durante l’estate, aveva affollato quasi tutti i litorali. Proprio in questo periodo cominciano ad affacciarsi esemplari di buona taglia che però, col passare del tempo, hanno notevolmente acuito la loro astuzia.

 

 

Il “mare”… qualche anno fa

Immaginiamo di trovarci in un weekend di fine autunno della fine degli anni ’80, primi anni ’90. Per insidiare qualsiasi bel pesce, spigole, muggini, salpe, saraghi, triglie e boghe, non erano sicuramente necessarie le attrezzature tecnologiche e di grande precisione che si utilizzano al giorno d’oggi. Bastava una semplice bolognese di 5-6 metri, una lenza dello 0,18/0,20, un galleggiante a forma sferica di 3-4, anche 5 grammi, ed una spallinata a completare l’opera. I terminali, a chiusura della geometria di questa lenza, erano grossolani, dello 0,16/0.18 e con un bell’amo n°8. Le esche preferite si alternavano tra il verme e la pastella. Il primo, coreano o “nostrano”, indicato per la pesca a fondo di spigole, orate, saraghi e triglie; la seconda, per il cefalo ed i pesci che vivevano a mezz’acqua. Il bigattino, nella pesca in mare, era pressoché sconosciuto o comunque considerato d'elite in quanto la sua distribuzione, almeno nel meridione, era poco diffusa e rintracciarlo a volte diventava una vera e propria impresa.

 

 

 

Il “mare”… ai giorni nostri

L’incremento della pressione piscatoria lungo i litorali della penisola, unita all’aumento esponenziale dell’inquinamento dei nostri mari, ha portato ad una sostanziale rarefazione delle catture e di conseguenza, quelle poche che si vedono quotidianamente, sono frutto di una pesca in ricerca e dell'utilizzo, sempre più diffuso, di accorgimenti tecnici ed attrezzi sempre più moderni e costosi. A volte infatti, capita di confrontarsi con pinnuti che sembrano aver frequentato i corsi di sopravvivenza dei boy scout. La loro diffidenza li porta ad essere scettici di fronte anche alla più appetibile e succulenta delle esche. Prenderli per la gola è oltremodo complesso, l’unica soluzione per far cadere in tentazione questi intenditori e buongustai, al di la della tecnologia a nostra disposizione, potrebbe essere l’intercessione di un qualche santo!

 

 

Le lenze

Sovente comunque, le ragioni di una pesca infruttuosa sono da ricercarsi nella costituzione della lenza: eccessivamente morbida,  sbilanciata, rigida, ecc. Questa, oltre alla resistenza all’affondamento esercitata dal galleggiante stesso, può opporsi anche al trascinamento a causa alla piombatura che la compone. Se il peso dei piombini utilizzati è elevato, può accadere che il pesce avverta una resistenza dell’esca piuttosto innaturale e rilasci il boccone anziché ingoiarlo. Per risolvere questo tedioso problema esistono diverse strategie: la più comune vuole il frazionamento della piombatura in maniera crescente dal basso verso l’alto, anziché concentrarla in un unico punto. Un’altra soluzione, meno comune ma altrettanto efficace, trova la sua spiegazione nell’idrodinamicità dei vari componenti della piombatura. Questo obiettivo si raggiunge con l’alternanza di zavorre di forma diversa (torpille e piombini, mignonette e pallini) che comunque rispettino la taratura esatta del galleggiante. Il vantaggio che si trae dalla prima opzione è quello avere una serie di resistenze in ordine crescente sul trave che non insospettiscano nemmeno i pesci più smaliziati. Il punto di forza della seconda alternativa sta nella piombatura eseguita con diverse tipologie di zavorre, le oppongano maggiore o minore resistenza all’acqua, a seconda della loro forma. Fermo restando la parità di efficacia tra entrambe queste soluzioni, è consigliabile adoperarle alternativamente durante l’azione di pesca per capire qual è la più confacente ai pesci che stiamo tentando di catturare e proprio in quella situazione di pesca. Questo, chiaramente, per quanto concerne le prede piuttosto diffidenti come i muggini, le spigole e le orate. Pescando invece a mezz’acqua, o quasi sul fondo, pesci come occhiate, salpe e boghe che attaccano le esche di colpo, quanto detto in precedenza perde sicuramente di importanza.

 

 

Pesca generica a mezz’acqua.

Solitamente, per la pesca di questi esemplari il luogo più indicato è la scogliera e il momento giusto è quello successivo a una forte mareggiata. Questo momento clou prende il nome di scaduta. Il moto ondoso diminuisce, il vento cala, e nell’acqua i detriti portati in sospensione iniziano a depositarsi sul fondo. Vi è inoltre, proprio durante questa fase, un’enorme disponibilità di cibo ed i pesci proprio per questa ragione si mettono in caccia. Perchè la pesca sia redditizia in questi momenti si adopera una canna bolognese dai 6 agli 8 metri, meglio se in carbonio alto modulo, armata di mulinelli taglia 2000/2500 contenenti in bobina almeno 150 metri dello 0,16. Sulla lenza viene applicato un galleggiante da 2/3 grammi, a forma di goccia o sfera, al di sotto del quale realizzeremo una piombatura che contempla una torpille a tarare perfettamente la portata del segnalatore. Infine, un amo n° 12/14 a gambo lungo, possibilmente tondo, per l’innesco degli scampi o del verme coreano, oppure un n° 15, a gambo medio, per il ciuffo di bigattini.

 

 

Pesca al cefalo. Con i primi freddi dei mesi sopra citati, piuttosto che la scogliera in mare aperto e sicuramente esposta a venti gelidi, è consigliabile rifugiarsi nelle più placide acque portuali. Qui la temperatura dell’acqua è sempre più elevata rispetto a quella del mare aperto e la buona disponibilità di cibo presente in porto, in ogni momento, costituisce l’habitat più congeniale per numerose specie. A seconda della zona di pesca, la forma del galleggiante e la relativa piombatura, possono cambiare sensibilmene. Quando si decide di insidiare il cefalo, sia in porto che in canale, l’attrezzo ideale è una lunga canna fissa, dai 7 ai 9 metri, con una lenza composta da uno spezzone, lungo quasi tutta la canna, dello 0,12/0,14. Il galleggiante preferenziale per un pesce come il muggine, che tende a “piluccare” l’esca prima di ingoiarla, è di forma affusolata, di circa 1 grammo, con una sottile asta multicolor. Il resto della montatura può essere composto o da una zavorra singola (torpille secca) oppure da una piccola spallinata realizzata in uno spazio che va dai 15 ai 25 centimetri. Il finale si articola in due braccioli di diversa lunghezza, tra i 30 ed i 50 centimetri completati da 2 ami del 16 a gambo lungo e di forma rotondeggiante, ideali questi, sia per il pane che per la pastella.

 

 

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