Le Brehme di Ponzano Romano     (di Michele Moscati)

 

 

Nonostante l'arrivo dell'autunno e dei primi veri freddi stagionali, il tratto del fiume Tevere nelle vicinanze di Ponzano Romano “non demorde”, basta che qualche sporadico e timido raggio di sole illumini le sue acque per regalarci ancora delle fantastiche sessioni di pesca. Oggi ci troviamo nell'ex campo gara fipsas (speranzosi che presto torni ad esserlo), nel tratto meglio conosciuto come “il fiasco” proprio a causa della sua strana forma che lo fa assomigliare letteralmente ad una damigiana. Vista la presenza di cavedani, gardon, carpe, tinche e grosse brehme, nonostante la temperatura non sia delle migliori, abbiamo deciso di affrontarlo a ledgering e di dirigere la nostra attenzione proprio alla cattura di queste ultime.

 

  

 

Lo Spot

Un tratto di fiume davvero bello, niente da dire, e anche la zona che lo circonda non è affatto male. Ci troviamo nelle campagne laziali alle porte di Roma, l'immensa pianura Tiberina si insinua come un serpente tra le basse colline coltivate a viti e ulivi. Nei pressi del campo gara incontriamo alcune vecchie masserizie, ovunque animali da pascolo, e anche un paio di moderni ranch dove è possibile effettuare ancora oggi passeggiate a cavallo. Qui il letto del fiume appare molto largo, 80/90 metri, e con una profondità che varia dai 4/5 a tiro di ruba fino anche ai 6/8 nella parte centrale, per poi degradare lentamente verso la sponda opposta. Per chi conosce l’alto Tevere ed è abituato a pescare nella su prima parte o meglio ancora come noi che molto spesso ci troviamo nei pressi di Umbertide, qui c’è davvero un mare d’acqua, quasi sempre bella e difficilmente color caffè e latte. La corrente è lenta e costante, ma nonostante 15/20 grammi bastino per stare fermi, vista la profondità di questo tratto è bene appesantirsi un po’ di più, pena l’arrivo sul fondo con i feeder già scarichi. Nell'arco della sessione di pesca abbiamo provato svariate linee di lancio, dai 10 ai 40/50 metri da riva ma la più proficua, forse per l'abitudine del pesce a mangiare a tiro di ruba, è stata quella dai 13 ai14 metri con catture abbastanza continue e pesci di buona taglia.

 

 

Esche e Pasture

Come è ormai ben noto quasi a tutti, la brehme è un pesce che spesso si muove in branco e soprattutto è molto sensibile agli sfarinati a base di “brasem”. La “nuvoletta” di pastura che si scioglie velocemente vicino alla nostra esca è quanto di più invitante possa esserci per la sua cattura e proprio per questa ragione siamo andati ad utilizzare dei cage feeder intervallando alla pastura, solo di tanto in tanto, qualche lancio con bigattini incollati per mantenere alta la taglia delle catture. Con il proliferare, negli ultimi anni, di questo pesce nella maggior parte dei campi gara d'Italia, tutte le case produttrici di pasture si sono adeguate ai tempi e hanno creato, ognuna con la propria ricetta, molteplici sfarinati adatti alla loro cattura e quasi tutti decisamente validi. Noi abbiamo optato per una miscela molto scura, quasi nera, ed estremamente fine aggiungendo all'impasto qualche cucchiaio di brasem, una manciata di bigattini allungati (morti lasciandoli al sole dentro un sacchetto di nylon) e un ulteriore manciata di caster. Per facilitare lo scioglimento veloce del tutto lo abbiamo bagnato abbondando con l'acqua e vagliando a lungo e in maniera metodica il prodotto ottenuto. Come esche abbiamo optato per il sempreverde bigattino, innescato singolo, in coppia, o in piccoli ciuffetti da 3 o 4 esemplari intervallandolo, spesso e volentieri, al chicco di mais singolo o al medesimo innesco ma realizzato con  bigattini allungati (anche questo estremamente catturante). A fine sessione ci siamo resi conto che quello che sicuramente ha fatto la differenza, col passare del tempo, è stato il cambio continuo dell'innesco nei momenti di sosta del pesce.

 

 

Montature

La ridotta distanza di pesca da riva, la scarsa potenza dei pesci (anche se di grossa mole) e la zavorra decisamente leggera che abbiamo utilizzato ha indirizzato le nostre scelte su una pesca con monofili di taglia abbastanza ridotta. In queste condizioni uno 0.20 in bobina è stato più che sufficiente per effettuare un’azione di pesca abbastanza corretta e, vista la profondità del fondale, la poca resistenza opposta alla corrente ci ha permesso di ridurre quasi del tutto la pancia e quindi di avvertire in maniera decisa e immediata anche le mangiate più leggere. Sulla lenza madre abbiamo posto innanzi tutto uno stopper in gomma (chicco di riso usa e getta) per poter fermare, se necessario, la corsa del pasturatore e una clip dotata di moschettone per poi chiudere il tutto con una piccola treccia in power gum (da 6 cm e da 6 libre) precedentemente preparata e dotata di girelle triple alle due estremità. Il finale, dello 0.14 inizialmente e dello 0.12 poi, con il trascorrere del tempo e la diminuzione delle mangiate è stato allungato dai 50 cm iniziali fino al metro e 10 cm. A concludere la nostra montatura un amo del 16 a gambo lungo e curvatura stretta, ideale per non slamare il pesce in fase di recupero, specie quello ferrato nelle zone più morbide dell’apparato boccale. Come gia detto in precedenza, sia per la profondità dello spot che per la necessità di utilizzare degli sfarinati (oltre al bigattino incollato), il cage feeder (25/35 grammi) è stato preferito al block end per tutta la durata della sessione.

 

 

Azione di pesca

Individuata la zona di pesca e considerata la quantità d'acqua presente, prima di iniziare il montaggio dell'attrezzatura abbiamo deciso di effettuare una pasturazione pesante preventiva abbastanza evidente: una quindicina di palle della grandezza di una mela lanciate a 13/14 metri da riva. Questo per dare il tempo necessario al pesce di arrivare a tiro delle nostre lenze e, una volta sistemato il tutto, essere subito in pesca senza attendere più di tanto. Vista la delicatezza delle mangiate abbiamo posizionato il nostro paniere in modo che canna e filo formassero un angolo piuttosto evidente (quasi 90°) e abbiamo iniziato la sessione con lanci veloci e ripetuti per scaricare nuovamente un po di pastura dove avevamo agito precedentemente. Le catture, tutte di ottima taglia, non si sono lasciate attendere e, salvo che in due tre momenti di fisiologico rallentamento, sono continuate abbastanza regolari per tutte le tre ore di pesca. Le prime ferrate, per forza di cose, sono andate a vuoto, forse non eravamo preparati all'indecisione delle brehme, ma una volta settati i giusti tempi di reazione e dopo aver scoperto che “l'invito” era ben accetto, ad ogni sussulto del tip corrispondeva un pesce in canna, davvero divertente. Con il trascorrere del tempo poi, e con il susseguirsi delle catture, abbiamo perfezionato anche la fase di recupero, molto delicata e non esente da rischi vista la delicatezza dell'apparato boccale delle brehme. Il recupero lento ma costante e senza soste è quello che è risultato più redditizio e che ci ha permesso di portare a guadino il maggior numero di pesci. Di tanto in tanto, specialmente durante le soste, è stato vincente anche il cambio dell'esca e il lancio, sempre tramite il cage feeder, di piccole palle di bigattini incollati misti alla pastura.

 

 

 

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